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Cos’è la Ciociaria?
Quali i suoi limiti territoriali? Quando è nata la
denominazione? E il ruolo delle ciocie? E l’influenza
del fascismo? Esistono ciociari del nord e ciociari del
sud? E se, invece, si trattasse ancora, proprio come un
tempo, di papalini e di regnicoli? Questi e tanti altri
interrogativi hanno caratterizzato il convegno svoltosi
nella ‘cantina’ ottocentosca di casa Corradini, ad Arce.
Un appuntamento,
giunto alla quinta edizione, la cui organizzazione è a
cura dell’Istituto di Storia e Arte del Lazio
Meridionale di Anagni (Isalm), uno dei sodalizi
culturali più prestigiosi dell’intero comprensorio
provinciale e non solo.
Alle relazioni
svolte da Eugenio Maria Beranger e da Ugo Iannazzi, si
sono affiancati gli interventi di illustri studiosi del
territorio che, in tempi più o meno recenti, si sono
interessati all’argomento. È venuto fuori un dibattito
vivace, a volte anche passionale, che a stento il pur
abile Gioacchino Giammaria, presidente dell’Isalm, è
riuscito a moderare.
Alla fine, però,
quel grande punto interrogativo, nonostante le buone
intenzioni di chi, a vario titolo, ha preso la parola, è
rimasto “sospeso etereo e sfuggente nell’aere”. E,
francamente, c’era da aspettarselo. Una cosa, invece, è
stata ribadita e anche a chiare note: malgrado lo
scorrere inarrestabile del tempo ancora oggi esiste, sia
pure dal punto di vista cultural-geografico, la
suddivisione, rimasta in piedi fino al 1860, tra
‘papalini’ e ‘regnicoli’.
I primi, ossia coloro che risiedono al di là del Liri,
verso Frosinone, appaiono come gli alfieri dell’identità
ciociara, orgogliosi di essere tali e di sbandierarlo ai
quattro venti, persino sugli spalti del ‘Matusa’, in
occasione delle partite di calcio della loro squadra del
cuore approdata, finalmente, dopo tanti anni di
tribolazione e di delusioni, ad un palcoscenico di tutto
prestigio.
Gli altri, invece,
quelli che abitano dall’altra parte del fiume e che fino
al 1927, data di nascita della provincia di Frosinone,
appartenevano a Caserta e alla Terra di Lavoro, proprio
non vogliono saperne di essere chiamati ciociari.
Il punto centrale di
tutto il discorso sta proprio lì, in quel Liri di
dantesca memoria, già tanto caro ai Romani, che, nel
susseguirsi dei secoli, è andato ad acquistare un ruolo
ben più importante della sua stessa connotazione
fluviale. Quel corso d’acqua, un tempo ‘verde’ e
limpido, ora limaccioso, sporco e inquinato, ha
costituito fino all’unità d’Italia, e anche oltre,
l’antico confine tra due stati limitrofi; oggi, però,
lungi dall’aver esaurito il suo compito separatorio,
continua a rappresentare, in maniera indelebile, la
linea di demarcazione, l’ermetica cerniera fra la
porzione centrale della Penisola e il meridione. Una
barriera naturale, dunque, ma, nel contempo, storica,
culturale, economica, sociale, linguistica, di costume,
che la nascita della provincia di Frosinone non è
riuscita ad abbattere incamerando nel suo unitario
grembo territori distanti e, soprattutto, disomogenei.
Una semplice operazione
di ‘collage’, sia pure abilmente studiata a tavolino,
non poteva eliminare alla radice le fin troppo evidenti
contraddizioni. Proprio da qui parte quella
differenziazione netta, caparbia, ostinata sull’uno e
sull’altro versante, che non riesce a trovare punti di
contatto. Però, mentre i ‘papalini’ (fino al settembre
del 1870 Frosinone era parte integrante dello Stato
della Chiesa) sarebbero disposti ad accorpare nel
‘progetto ciociaro’ anche il lembo meridionale della
provincia, la media e la bassa valle del Liri tanto per
intenderci, da parte dei ‘regnicoli’ si registra una
chiusura netta e totale:
essi, infatti, non si sono mai considerati ciociari né,
tantomeno, hanno intenzione di diventarlo. Questa
che abbiamo testé riportato è soltanto una curiosa ed
anacronistica sfida tra campanili oppure nasconde tra le
sue pieghe qualcosa di più pregnante? In effetti, al di
là di alcuni aspetti folcloristici (e qualche intervento
ad Arce lo è stato davvero), la questione è seria e va
affrontata con acume e serietà di intenti.
Qui, infatti, è in gioco l’identità di una provincia, di
un territorio compresso e quasi schiacciato tra Roma e
Napoli, che, a distanza di tre quarti di secolo dalla
nascita, ancora non riesce a svilupparsi in tutta la sua
pienezza. È indubbio che
il governo fascista, creando quasi di sorpresa la
provincia di Frosinone, sia andato ad infrangere gli
equilibri sociali, economici e culturali esistenti,
compiendo solamente un’operazione di mero assemblaggio.
Grazie all’impegno del governo centrale il
‘concetto’ di Ciociaria iniziò a prendere forma, a
materializzarsi, uscendo dalle nebbie indistinte nelle
quali, fino ad allora, era stato relegato. Il mito del
‘ciociaro forte, valente e coraggioso’, discendente
diretto di quei Romani che avevano conquistato il mondo,
cominciò ad imperversare in lungo e in largo, agevolato
da una politica tutta diretta a far risaltare la fede
fascista della nuova provincia a fronte degli
atteggiamenti tiepidi o, addirittura, avversi che
provenivano dal casertano.
Non è un mistero che Mussolini, dando vita alla
provincia di Frosinone, volle soprattutto punire
Caserta, covo pullulante di riottosi antifascisti. Fu
proprio da allora, dunque, che la nuova provincia
diventò ‘ciociara’, senza esclusione alcuna. La
costruzione artificiosa, comunque, rimaneva tale e,
perciò, il fuoco della contestazione, culturale o
identitaria che dir si voglia, continuava a covare sotto
la cenere e ad essere ben presente in chi ciociaro non
si era mai considerato. Caduto il fascismo, superate le
difficoltà inenarrabili del dopoguerra e della
ricostruzione, puntualmente, i nodi sono venuti al
pettine e la ‘vexata quaestio’ è tornata di grande
attualità. Come dimostra il convegno di Arce che ha
fatto seguito ad analoghe iniziative. ‘Quid est
Ciociaria’ dunque? Difficile dirlo e, soprattutto, arduo
tentare di trovare un accordo tra i ‘belligeranti’.
Anche perché la Ciociaria continua a rimanere un
concetto molto variabile: alla stregua di un elastico
ognuno la tira da una parte o dall’altra, facendosi
interprete soltanto dei propri convincimenti.
E così, come per incanto, puó restringersi o allargarsi
a seconda di chi conduce il gioco. Come, del resto, già
avevano fatto, nelle epoche passate, geografi, storici,
cartografi e redattori di mappe. Stando così le cose,
difficilmente, si riuscirà a trovare il bandolo della
matassa. Anche perché quella ‘barriera’ continua ad
ergersi imponente ed invalicabile o quasi. Se non
sopraggiungeranno radicali, ma assai improbabili,
mutamenti di carattere amministrativo (il progetto della
nuova provincia bipolare Cassino-Formia, con
l’insediamento del governo Prodi, sembra, ormai,
definitivamente tramontato), l’antica contraddizione
continuerà a rimanere in piedi. Dovremo rassegnarci,
quindi, ad una provincia profondamente divisa nel suo
interno? Oppure, prima o poi, le diverse anime
riusciranno a convergere su qualche punto comune? Ai
posteri, come sempre, ‘l’ardua sentenza’. |