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Giacomo era nato a Bologna l’8 maggio del 1548 da Ugo
Boncompagni e da Maddalena Fulchini di Carpi. In quel
tempo Ugo, che avrebbe di lì a poco collezionato un "cursus
honorum" ecclesiastico di primissimo piano, semplice
chierico, si trovava a Bologna per seguire il Concilio
di Trento che si era momentaneamente (dal 1545 al 1547)
trasferito nella città emiliana, ed alloggiava presso
l’abitazione del fratello Girolamo e della cognata Laura
del Ferro.
Nel palazzo Boncompagni si trovava, alle dipendenze di
donna Laura, anche Maddalena di Carpi, che le fonti
menzionano come "donna soluta"; dalla relazione
fra Maddalena ed il chierico Ugo, nel 1548 nacque, come
già detto, Giacomo.
Due mesi più tardi (5 luglio 1548) Ugo fece riconoscere
il piccolo come suo figlio legittimo dal vescovo di
Feltre. E fin qui niente di eccezionale. Sta di fatto
però che Ugo Boncompagni, con il passare del tempo,
fece, come si suol dire, "carriera". Nel 1558, a
dieci anni dalla nascita del figlio, diventò vescovo di
Vieste, nel 1565 cardinale di San Sisto ed infine il 13
maggio del 1572 venne eletto al soglio pontificio,
assumendo il nome di Gregorio XIII.
Ma, nel frattempo, che ne era stato del piccolo Giacomo?
Per appianare lo scandalo derivante dalla relazione fra
un aristocratico ed una donna di umili origini (qualche
storico, nel tentativo di camuffare l’imbarazzante
evento, definisce Giacomo nipote del papa o meglio "stretto
parente di Sua Santità"), i Boncompagni fecero
sposare Maddalena con un certo Simone, "muratore"
milanese, assegnandole una dote di 125 scudi d’oro.
Giacomo invece fu affidato alle
cure degli zii Girolamo e Laura che non avevano figli.
Quindi, nel 1556, alla morte dello zio Girolamo, Giacomo
venne affidato all’altro zio Ugo ed alla moglie Cecilia
Bargellini.
Questa volta la scelta non fu
delle più felici: e così quando il bimbo fu colpito da
un calcio di cavallo, il padre lo tolse dalla casa del
fratello e lo portò con sé a Trento dove si trovava per
seguire il Concilio (1562).
Iniziò da questo momento per il
giovane Giacomo, aveva appena 14 anni, un periodo
alquanto movimentato che lo vedrà stabilirsi prima a
Padova per curarsi dall’artrite e dalla sciatica,
malanni che lo tormenteranno per tutta la vita, poi a
Bologna dove venne affidato ai Gesuiti, quindi di nuovo
a Padova ed a Venezia.
I documenti contenuti
nell’Archivio Vaticano ci descrivono Giacomo: "di
statura mediocre, più tosto breve che lunga, più tosto
nervoso, ossuto e macro che carnoso, né grosso, agile,
destro e dove bisogna veloce e celere …".
Eletto nel 1572 il padre Ugo
pontefice, Giacomo si trasferì a Roma dove, il 23
maggio, appena dieci giorni dalla nomina papale, divenne
prefetto di Castel Sant’Angelo, con l’appannaggio di 700
scudi d’oro, carica questa che manterrà per tutta la
durata del pontificato paterno.
Quindi, in rapida successione, il
papa concesse al figlio la prefettura delle castellanie
dello stato della Chiesa ed infine lo nominò Governatore
Generale delle milizie pontificie, ossia Generale di
Santa Romana Chiesa. Come si può vedere quindi una
carriera a dir poco repentina e sfolgorante, all’insegna
del più puro nepotismo, tentazione questa alla quale
Gregorio XIII, come del resto più o meno tutti gli altri
pontefici di questo periodo, non seppe assolutamente
resistere.
Nell’adempimento di tale carica
Giacomo si recò prima ad Ancona e poi a Ferrara dove
restò fino al 1574.
Intanto era giunto per lui il
momento di convolare a giuste nozze: dopo aver
intrapreso trattative con le pretendenti più in vista
della aristocrazia italiana, nel 1576 Giacomo contrasse
matrimonio con Costanza Sforza dei conti di Santa Fiora,
più giovane di una decina d’anni.
Dall’unione nacquero ben 14 figli,
10 femmine e 4 maschi, che vanno ad aggiungersi a quelli
nati da relazioni precedenti al matrimonio.
Sempre nel 1576, dopo essersi reso
responsabile di una vicenda che suscitò notevole
scalpore nell’ambiente romano (aveva infatti liberato
dalla prigione un familiare accusato di omicidio,
costringendo il papa ad inviarlo al confino a Perugia,
provvedimento poi subito revocato; il servo invece,
imprigionato di nuovo, fu immediatamente giustiziato)
Gregorio XIII lo nominò Governatore di Fermo, incarico
triennale che gli sarà rinnovato per altre due volte,
nel 1581 e nel 1584, con la facoltà di provvedere alla
tratta del grano dal Regno di Napoli alla Marca.
Nel frattempo, grazie al prestigio
dell’illustre genitore, Giacomo Boncompagni era
diventato un personaggio di primissimo piano nel
panorama politico italiano. Piovevano di continuo su di
lui cariche onorifiche e riconoscimenti e molte città
facevano a gara per ascriverlo al proprio ceto
nobiliare.
Gregorio XIII però non poteva
ritenersi soddisfatto: egli infatti cullava l’ambizioso
proposito di creare al figlio un vero e proprio stato.
Dopo il fallimento per l’acquisto
del marchesato di Saluzzo nel 1577 (vi era stata
l’offerta di ben 600.000 scudi d’oro), nello stesso anno
il papa acquistò per 70.000 scudi d’oro ferraresi, da
Alfonso II d’Este, il piccolo marchesato di Vignola con
i feudi minori di Savignano e di Montefestino.
L’acquisizione del piccolo possedimento emiliano non
poteva soddisfare la smodata ambizione papale: e così,
superata una grave infermità che aveva messo a
repentaglio la vita di Giacomo (nel 1578, a Roma, gli
era stato addirittura impartito l’olio santo), dopo il
fallimento delle trattative per l’acquisto del feudo di
Valditaro, nel 1579 Gregorio XIII interpose i suoi buoni
uffici per l’acquisto del più consistente ducato di Sora
e di Arce, per cui furono sborsate a Francesco Maria
della Rovere 100.000 scudi d’oro, 30.000 offerti
personalmente dal papa.
Dopo aver ricevuto l’investitura
nel feudo da parte di Filippo II (23 dicembre), nei
primi mesi del nuovo anno Giacomo Boncompagni si recò a
Sora per ricevere l’omaggio dei suoi nuovi sudditi.
Né con l’acquisto del ducato di
Sora ebbe a cessare l’attività di "espansione
territoriale" di Gregorio XIII a favore del figlio:
infatti, venuto meno l’acquisto della finitima contea di
Alvito, nel 1583, grazie all’esborso di 243.000 ducati
versati ad Alfonso III De Avalos De Aquino, Giacomo
Boncompagni ottenne anche il possesso degli "stati"
di Aquino e di Arpino.
All’età di soli 35 anni quindi
Giacomo racchiudeva nella sua persona le cariche di
Generale di Santa Romana Chiesa, di Governatore di
Fermo, di marchese di Vignola e di duca di Sora, Arce,
Arpino ed Aquino. Senza contare poi gli altri
innumerevoli e remunerativi incarichi che gli piovevano
addosso dalla corte pontificia, come la concessione del
"ritratto dei malefici" nel territorio di Fermo,
ossia il ricavato delle multe inflitte agli operatori di
arti magiche ed occulte o la possibilità di emettere
salvacondotti "ad personam" per l’intero stato
della Chiesa.
Qualche anno prima (1581) Giacomo
aveva ricevuto dal padre l’incarico di procedere assieme
a Latino Orsini, alla repressione del banditismo,
fenomeno endemico nell’Italia centrale e meridionale,
che sarà estirpato con molte difficoltà soltanto
trecento anni più tardi.
Come si può notare quindi Giacomo
Boncompagni era diventato un personaggio estremamente
importante: e continuò ad esserlo anche dopo la morte
del padre avvenuta il 10 aprile del 1585.
Non a caso proprio a lui fu
affidato il compito di garantire la pace nello Stato
della Chiesa, durante il periodo della "sede vacante":
a tal scopo gli si affidò un esercito di 2000 fanti e
quattro compagnie di cavalleria leggera.
Fino all’ultimo Gregorio pensò al
futuro del figlio: basti pensare che nel febbraio aveva
destinato 36.000 scudi d’oro alla dote delle nipoti (23).
Scomparso il padre Giacomo non reputò più necessario
restare a Roma: d’altro canto, nel breve volgere di
qualche mese, il nuovo pontefice Sisto V gli tolse tutte
le cariche.
Per questo si recò a Sora, nel suo
nuovo ducato; in questo periodo restò invischiato in una
oscura faccenda, accaduta proprio tra Sora ed Isola, che
culminò per lui con la grave accusa di brigantaggio. Il
procedimento che seguì presso la corte regia di Napoli,
si concluse con una grave condanna per Giacomo: l’esilio
dal territorio del vicereame per 5 anni (ott. 1586); un
anno dopo però, il re Filippo II revocò il provvedimento
(ott. 1587).
Nella primavera dell’anno
successivo Giacomo si imbarcò a Gaeta e, dopo aver
sostato per qualche tempo a Genova, giunse a Milano: già
da qualche anno (1575) infatti Filippo II lo aveva
nominato "Capitano Generale delle genti d’armi"
nello stato di Milano.
Il suo soggiorno in Lombardia,
alternato a visite più o meno fugaci nel suo ducato di
Vignola (qui l’8 maggio del 1590 la moglie Costanza
partorì Gregorio, che sarà il secondo duca di Sora),
durò fino ai primi mesi del 1591.
Intanto grandi eventi si erano
verificati a Roma: il 27 agosto del 1590 era morto Sisto
V ed al soglio pontificio era salito il cardinale
Giambattista Castagna che prese il nome di Urbano VII
(15 settembre 1590). Però, dopo soli dodici giorni il
nuovo pontefice morì (27 settembre) rendendo di nuovo
vacante la sede papale.
Il 5 dicembre del 1590 il conclave
elesse papa il cardinale Niccolò Sfrondato che prese il
nome di Gregorio XIV, in onore al suo precedente
omonimo, che lo aveva elevato al cardinalato.
Queste turbolente vicende
indussero Giacomo Boncampagni a far ritorno in quel di
Roma; nell’inverno del 1591 affrontò quindi il lungo
viaggio facendo tappa a Venezia, a Padova dove si ammalò
e sostò per qualche tempo (le cagionevoli condizioni di
salute saranno un motivo ricorrente della sua vita), per
giungere a Roma nell’ottobre dello stesso anno.
Però, proprio mentre Giacomo
compiva il lungo viaggio, anche Gregorio XIV (16 ottobre
1591) passava a miglior vita, lasciando il soglio papale
al cardinale Giovanni Antonio Facchinetti che, il 29
ottobre, fu eletto papa con il nome di Innocenzo IX.
Evidentemente però il periodo non
era granché propizio per i pontefici: già vecchio e
malato infatti Innocenzo IX, il 30 dicembre del 1591
moriva, lasciando il Boncompagni, con il quale
intratteneva una stretta amicizia, nella più cupa
disperazione e, quel che era più importante, senza un
influente punto di appoggio a Roma.
Ad angustiare Giacomo era
soprattutto la situazione economica che, dopo la morte
dell’illustre genitore, era di molto peggiorata; né le
recenti acquisizioni territoriali, in primis il
ducato di Sora, del quale anzi spesso e volentieri si
lamentava, affacciando anche l’ipotesi di disfarsene,
gli procuravano quelle entrate sufficienti a far fronte
ad una vita dispendiosa, lussuosa e smodata, alla
stregua di un dignitario spagnolo.
Nel frattempo Filippo II
continuava a pretendere il suo ritorno a Milano affinché
adempisse agli oneri connessi alla sua carica.
Dopo qualche tentennamento
Giacomo, nel novembre del 1593, approdò di nuovo a
Milano. Questo suo secondo soggiorno milanese si
trascinò, fra frequenti viaggi a Roma, fino al 1606.
La sua inquietudine era connessa
soprattutto alla mancanza di operazioni militari nelle
quali, a suo avviso, si sentiva particolarmente portato.
Nel frattempo la famiglia, già dal
1602, si era stabilita nel ducato di Sora, prendendo
dimora nel palazzo di Isola: in questo periodo era la
moglie Costanza ad interessarsi dell’amministrazione
dello stato feudale, in quanto il marito continuava a
restare a Milano.
Nel 1607 Giacomo fece ritorno a
Roma per le nozze del figlio Gregorio con la nobildonna
Eleonora Zapata, celebrate ufficialmente nel febbraio
dell’anno successivo.
Iniziò, da questo momento,
l’ultima fase della vita di Giacomo Boncompagni, sempre
più tormentata dalla recrudescenza dei tanti malanni.
Nel 1610 si trovava sicuramente a
Milano dove, deluso e prostrato dalle pessime condizioni
di salute, cercava disperatamente di abbandonare
l’incarico militare.
L’anno successivo, svincolatosi
finalmente dalla carica, abbandonò Milano e si
ricongiunse alla famiglia nel ducato di Sora, dove, il
18 agosto del 1612, all’età di 64 anni, passò a miglior
vita.
Giacomo Boncompagni aveva
governato il ducato di Sora per ben 33 anni, dal 1579 al
1612.
Si era trattato però di un governo
esercitato quasi sempre per interposta persona, stante
la sua continua assenza "in loco".
Però, anche se esercitato per mezzo di funzionari
ducali, si trattò pur sempre di un potere assoluto e
rigoroso alla stregua, del resto, di quanto accadeva
negli altri possedimenti feudali italiani in quel
periodo.
E’ indubbio comunque che Giacomo,
almeno nei primi anni del suo ducato, abbia portato
avanti delle iniziative interessanti, miranti alla
ristrutturazione ed all’ammodernamento della struttura
economica e sociale dei suoi possedimenti.
In quest’ottica va vista
l’introduzione della lavorazione della lana, attività
industriale impiantata ad Isola dal fiorentino Meo Neri,
proprio su sollecitazione del Boncompagni (1581) e
l’acquisto, nel 1583, della cartiera di Carnello posta
sul fiume Fibreno. Per l’acquisizione di tale complesso
che costituisce il primo nucleo di quella che sarà negli
anni successivi il grande complesso industriale cartario
di Isola Liri, il Boncompagni sborsò a Francesco
Angelico Fantoni, fiorentino ma sorano d’adozione, la
cospicua somma di 1.500 ducati.
Anche l’attività edilizia non fu
estranea alle preoccupazioni di Giacomo: a tal proposito
può ricordarsi la ristrutturazione del palazzo di Isola
Liri (a testimonianza di ciò sul contrafforte del
castello è incisa la data del 1582), che diventerà la
sede ducale e la costruzione del centro abitato di
Coldragone, l’odierna Colfelice, alla cui realizzazione
parteciparono parecchi "manovali" di Roccasecca e
di Caprile, ultimato, seppure parzialmente, nel
corso del 1583.
Notevole fu anche l’attività
politica diretta a preservare le prerogative del suo
feudo dalle ingerenze dei due stati confinanti, il Regno
delle due Sicilie a sud e lo stato Pontificio a nord,
anche se seppe mantenere la barra del suo timone sempre
orientata verso posizioni filo-spagnole. Numerosi i
documenti che attestano l’operosità del duca di Sora nel
difendere i diritti del suo feudo dalle invadenze e
dalle usurpazioni degli stati confinanti.
Egli
acquistò a Roma il palazzo Sora, da lui così chiamato in
omaggio alla città di Sora che l'aveva accolto come suo
Signore con entusiastico affetto. E lo abbellì con
quadri che riproducevano le incantevoli, melodiose e
apriche sponde del Liri piene di sogni, la verdeggiante
pianura di Sora chiusa nello sfondo da una catena di
monti che sfuma vaporosa in una varietà di colori, le
rumoreggianti cascate della prediletta Isola del Liri
che, come già detto in precedenza, fu la residenza
ordinaria della famiglia.
Ma dove l’attività e l’estro del
Boncompagni risaltò in maniera più che evidente fu
sicuramente nel campo culturale: oltre alla benemerita
raccolta dei documenti relativi agli anni del
pontificato del padre, che saranno più tardi raccolti
negli Annali dal Maffei, basti pensare che il
duca fece realizzare nel suo palazzo ad Isola, un
piccolo teatro con tanto di palcoscenico, chiamandovi a
recitare gli artisti dalla vicina urbe.
Né si può ignorare la sua
grande passione per la musica: di qui le frequentazioni
con il noto musicista Pier Luigi da Palestrina, che gli
dedicò il primo libro dei suoi Madrigali e il secondo
libro dei Mottetti e con il compositore veronese
Vincenzo Ruffo.
Fu inoltre un grande appassionato
del gioco degli scacchi ed a lui furono dedicati alcuni
trattati sulla materia.
Da rimarcare infine il rapporto epistolare con Torquato
Tasso, con lo storico Carlo Sigonio, con il cardinale di
Milano Carlo Borromeo e con tanti altri artisti,
letterati e scienziati del tempo, all’insegna di un
fervore culturale di primissimo piano che valsero a
Giacomo Boncompagni la dedica di molte opere letterarie
e non, comparse nell’ultimo scorcio del XVI secolo.
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