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Perchè all'inizio del tempo antico,
quando vestiva
foglie di fico
o pelli, quando
poteva averne,
l'uomo viveva
nelle caverne
e come un bruto si comportava,
menando tutti
con la sua clava,
portando infine
questo abominio
nelle riunioni
di condominio,
così che tutti,
ladri ed onesti
si ritrovavan
con gli occhi pesti:
ecco, a quel
tempo, un tempo infame,
su questa terra
non c'era il pane.
C'era però fra
le piante incolte,
che non venivano
mai raccolte,
un arboscello
dal fusto in riga
che terminava
con una spiga,
che nasce d'inverno, sotto la neve,
ma poi diventa,
per farla breve,
frutto maturo,
per la sua natura
a inizio
d'estate, nella calura.
Ci fu qualcuno, chissà chi è stato,
stufo di pranzi
da disgraziato,
un tipo sveglio,
con gli occhi acuti,
fra quegli
uomini tutti barbuti
e donne tristi come epitaffi,
fra cui più
d'una aveva i baffi,
che, dando prova
del suo talento,
disse "Orca
vacca, questo è frumento!"
Quell'uomo
rifece, fiutando a naso,
ciò che natura
affidava al caso:
arò, zappò,
preparò una serra,
prese quei semi
e li mise in terra
e faticò fino a che il sedere,
che ha una forma
sua di paniere,
cioè rotondo,
gli si fece a cubo,
mentre chi
invece non faceva un tubo
lo derideva per la sua fatica
con frasi
pungenti come l'ortica
e criticava quel
farsi il mazzo
come lo stupido
critica il pazzo,
quello che fa cose nuove o strane,
come chi ha i
denti e vuole il pane,
ma porta il
mondo allo stato in cui
o prima o dopo,
ha ragione lui.
Così, un bel giorno, non dopo molto,
ci fu alla fine
un bel raccolto
di chicchi
biondi, gialli come il sole:
tutti dicevano
"Ma chi li vuole...!?
Che ci facciamo con questi chicchi?"
E, per
disprezzo, davan dei picchi
sopra quel
frutto della fatica
e quegli idioti
non sapevan mica,
così facendo, di
dare l'avvio,
al mal concetto
del tuo e del mio,
che già in quel
tempo così lontano
c'era l'invidia
per chi fa il grano...
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L'uomo tornò dopo il disastro
e dato ch'era
proprio un furbastro
vide che il
frutto del batti e batti
non era cosa
d'andar nei matti
ma era una polvere bianca e leggera
con un profumo
di primavera
e quando vide la
polverina
disse "Orca
vacca, questa è farina!"
Si sa, la strada quando s'è presa
dal verso
giusto, corre in discesa:
l'uomo di genio
si guardò intorno
e in un momento
t'inventò il forno,
anche se dopo quella creazione,
dovette
chiedersene la ragione:
"Va bè', t'ho
fatto, ora che nervi...
adesso che
esisti, a cosa servi?"
Per un momento restò perplesso
ma poi
quell'uomo disse a sè stesso
"Lo scoprirò, ma
mentre attendo,
io quasi quasi
ora lo accendo..."
La sua tribù lo prendeva in giro,
mentre vedevano
che col respiro
soffiava dentro
a quel nuovo gioco
per attizzare le
fiamme al fuoco:
"Cosa combina, ma che cosa fa,
che soffia
dentro a quel "coso" là?
Se c'era un
dubbio, sembra che adesso
sia confermato:
è proprio un fesso!"
Venne dal mare
un temporale,
con lampi,
tuoni, pioggia infernale.
Per non bagnarsi, scapparon certo
in una grotta
tutti al coperto.
Scappò anche l'uomo che lavorava
vicino al fuoco
che scoppiettava:
"Di un
raffreddore ne faccio a meno
forse son pazzo,
ma non son scemo!"
Quando tornò con l'arcobaleno
che attraversava
un cielo sereno,
vide che l'acqua
ch'era cascata
dal cielo scuro
s'era mischiata
fortuna volle, quanto ne basta,
con la farina
fuori rimasta,
in un miscuglio
che, tira e molla,
più che una
pasta sembrava colla.
Forse un'idea non spaccherà un
capello,
ma come un lampo
taglia il cervello
in un istante,
da cima a fondo,
ed è un istante
che cambia il mondo.
A quella pasta, quel pensiero
astratto,
lui diede forma
di un disco piatto
e lo infilò, con
un gesto attento,
nel forno acceso
che non s'era spento.
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Passò del tempo, ma nemmeno tanto
cuoceva il tutto
e lui ci stava accanto
bello
tranquillo, pur senza sapere,
che prima era un
uomo, ora un panettiere.
Ne uscì un
profumo che arrivò lassù
dove viveva
l'intera sua tribù
che spinta dal
richiamo dell'olfatto
venne a vedere
ciò che aveva fatto:
vennero giù coi denti preparati
come di solito
fanno gli affamati
per controllare
se quel buon odore
fosse abbinato
con un buon sapore.
Quando c'è fame non ci si fa caso
però c'è sempre
quel che storce il naso:
"E' buono sì,
però ci sembra un muro
l'ha appena
fatto ed ecco che è già duro!"
Quel panettiere senza una licenza,
che allora
ancora si faceva senza,
che però aveva
tutti gli attributi
che gli
giravano, disse: "Cornuti!",
disse: "Di
fisime ne avete tante,
che non è
duro...solo un po' croccante!
Frenate dunque
la vostra stizza,
che volevate,
fosse già una pizza?
Migliorerò questo mio prodotto
che sia ben
morbido quando sia cotto
e infine, quando
sarà sul desco,
più sarà caldo
più sarà fresco:
dirà in un modo che val per tutti,
per alti e
bassi, per belli e brutti,
in un concetto
nobile e arcano
che il pane
nostro sia quotidiano,
dirà alla luce di un'altra fame
che non si vive
di solo pane
e verrà un
tempo, molto vicino,
di pane al pane,
di vino al vino,
e per gli uomini crudi e violenti
ci sarà pane per
i loro denti,
sarà così che,
piaccia o non piaccia,
gli sarà reso
pan per focaccia.
Chi vede un fatto ben più scontato,
che può esser
zuppa o pan bagnato,
mangi in
silenzio le pagnotte gialle
e non stia lì a
rompere le palle!"
Ecco la storia, forse sarà vera
soltanto in
parte, oppure tutta intera,
perchè fra tanti
"C'era una volta..."
è il risultato
quello che conta.
Da quell'arbusto col fusto in riga
che sale al
cielo con una spiga,
da un uomo preso
nel suo lavoro
nasce quel
piccolo capolavoro:
in un bisticcio fra estate e inverno
cotto in un
forno che par l'inferno,
farina, acqua,
lievito e strutto,
si chiama pane e questo è tutto.
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